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Gli Alti Bruzi e il loro linguaggio - 1986
Presentazione
Il presente volume è una testimonianza di un impegno culturale
prolungato e di una vigile e partecipe attenzione ai problemi linguistici
e alle relative molteplici implicazioni di carattere umano e sociale.
La puntuale ricerca del lessico dialettale di Mormanno con l'esame delle
differenze con altri vocaboli di pari significato, usati nelle località
limitrofe, costituisce la prima parte del volume "Vocabolario dialettale
comparato" che, unitamente a una" Appendice", evidenzia
la ricchezza lessicale di un'isola linguistica ben definita, quale è
quella degli Alti Bruzi.
Seguono poi "Note in relazione ad alcuni vocaboli", "Ricordi
di vita", "Canzoni". "Abitatori dei boschi e profumo
di verde", " Meroe o la Ninfa" nelle quali l'Autore continua
lo studio dei linguaggi della sua terra d'origine attraverso esemplificazioni
di modi di dire, parafrasi,aneddoti, indovinelli e canzoni, facendo rivivere,
nella ricerca appassionata di un mondo perduto, cose e persone che, attraverso
definite espressioni dialettali vive e immediate, riemergono dall'oblio
dei tempi anche lontani e tornano a rivivere tra le pagine del libro in
tutta la loro intatta umanità.
Per tali motivi il lavoro si presenta anche come uno squarcio sull'intero
patrimonio di civiltà espresso da una storia locale.
Vorrei inoltre sottolineare come siano proprio la diretta partecipazione
dell'Autore alla realtà linguistica della sua gente e la continua
consapevolezza che le parole sono pensieri e sentimenti e che dietro di
questi ci sono le persone a costituire l'unità ideale del libro,
rappresentandone il maggior pregio.
Nella società attuale, le cui profonde e rapide trasformazioni
di carattere umano, sociale e culturale hanno spesso condotto a una massificazione
dei linguaggi con la conseguente perdita della loro specifica identità,
la pregevole fatica dell'Autore è anche un invito rivolto soprattutto
ai giovani a riflettere sul significato dei dialetti che, senza voler
o dover inficiare la purezza della lingua nazionale, costituiscono una
memoria storica e rappresentano un valore collettivo che deve essere preservato
e custodito.
Un invito ancor più significativo perché proveniente da
un intellettuale che, come Luigi Paternostro, pur impegnato ormai da molti
anni quale educatore militante e apprezzato dirigente scolastico in una
realtà tanto diversa da quella di origine, ha saputo dimostrare,
anche con questo lavoro, che i persistenti e tenaci legami con la terra
natia hanno costituito il principale movente propulsore di arricchimento
culturale.
Baldassare Gulotta
Provveditore agli Studi di Firenze
Il testo, ampiamente riveduto e corretto, è oggi parte integrante
del saggio "Guida alla scoperta di una particolare
area geografica comprendente dodici paesi del Parco nazionale
del Pollino con notazioni storiche, un vocabolario dialettale
etimologico ed una breve ricerca sulla flora e sulla fauna (2003) e Vocabolario
dialettale etimologico".
Il libro del 1986
da pagina 19
Intervista all’Autore “A” del vocabolario da parte del
Prof. Domenico Crea “C”
C. Dialetto o vernacolo il linguaggio in esame?
A. Nelle radici più antiche è senz’altro
dialetto cioè quella lingua particolare o popolare che si differenzia
notevolmente da quella nazionale. Tuttavia è anche vernacolo
cioè quella parlata caratteristica del posto che è diversa,
per alcune particolarità, dl dialetto della zona più vasta
alla quale il luogo appartiene.
C. Cosa significa precisamente dialetto?
A. Etimologicamente la parola deriva dal greco "dialectos",
passata poi pari pari nella lingua italiana e significa conversazione,
modo di parlare.
C. Cosa significa vernacolo?
A. La parola deriva dall’aggettivo latino vernaculus,
schiavo nato in casa, domestico, quindi locale, indigeno. Marrone: vernaculus
sapor, sapore di casa nostra; Cicerone: vernacula multitudo, una folla
di paesani; Tacito: vernacula legio, una legione cittadina.
C. Esiste una scrittura già nota del dialetto
vernacolo presentato?
A. Non esiste. Ne ho tentata una che è quella
usata nel testo, lacunosa e certamente imperfetta. Una trascrizione
fonetica è difficile, specialmente per certi digrammi e certi
gruppi. Invito i non bruzi a far comunque attenzione sull’accento
posto sulla vocale tonica: su a, i, ed u è posto l’accento
grave (à,ì,ù); su e ed o, si trova ora l’accento
acuto (è, o’) ora quello grave (è, ò) per
indicare rispettivamente una pronuncia chiusa o aperta.
C. Oltre ad aver voluto, come dice, avviare una raccolta
ed invitare le giovani generazioni a conservare i monumenti linguistici,
vi è stato un altro o altri motivi che l’hanno spinta ad
occuparsi di una parlata paesana?
A: La domanda è complessa.
- Ogni vocabolo è come un monumento…nasconde un significato
che lo caratterizza e lo colloca in un ben definito contesto storico-politico-geografico-socio-letterario
–scientitico-sentimentale. Certo fra qualche decennio anche
la lingua italiana che fino ad oggi non ha avuto bisogno di protesi
o di stampelle, assumerà il valore di lingua provinciale e
con il tempo sarà del tutto soppiantata da un un linguaggio
diverso che sarà universale e della scienza. Il proiettarsi
nel futuro però non giustifica l’annullamento del passato:
una siffatta filosofia non gratifica neppure il presente. Illorum
brevissima ac sollecitissima aetas est, qui praeteritorum obliviscuntur,
praesentia neglegunt, de futuro timent. Seneca.
- Le giovani generazioni sono la catena di trasmissione della cultura:
se la catena si spezza tutto si ferma.
- E’ certamente segno di miseri l’uso esclusivo del dialetto.
E’ anche grave degenerazione la mania della massificazione collettiva
realizzata il più delle volte con un linguaggio completamente
estraneo al cuore e alla mente. I due mali portano inevitabilmente
all’appiattimento ed alla irrecuperabile perdita del valori.
Le due esigenze, quella del possesso della lingua ufficiale comune
e quella della conoscenza e del rispetto dell’individualità
locale , devono trovare una equilibrata compenetrazione affinché
si realizzi l’aspirazione ad essere prima tutti uguali e poi,
in virtù di ciò, tutti liberi. E’ solo la lingua
che fa eguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione
altrui. (Don Lorenzo Dilani- Lettera ad una professoressa, Firenze
1976. LEF editrice). La parlata esaminata, avendo in sé tutti
prodromi della lingua ufficiale d essendo per alcuni versi ad essa
coeva, facilita le operazioni di conservazione e creazione di cultura.
Ecco perché il vocabolario , incompleto, pieno
di omissioni: ne chiedo scusa a tutti.
C. La ringrazio, professor Paternostro, a nome degli
ALTI BRUZI per il lavoro veramente significativo. Mi auguro che il
VOCABOLARIO venga utilizzato sia a livello di scuola dell’obbligo,
quale mezzo indispensabile per promuovere in temi brevissimi il recupero
funzionale della lingua e favorire incontri più ravvicinati
e proficui con la cultura, sia da tutti gli altri quale incentivo
per la riscoperta di un retroterra storico di indubbio e grande valore
che è veramente da non dimenticare.
da pag. 75
Note in realzione ad alcuni vocaboli- AMIZETA
Amizèta significa alfabeto e deriva
dal nome dei segni A, M e Z che sono rispettivamente la prima,la decima
e la ventunesima lettera della serie di cui dispone la lingua italiana.
Le ragazze imparavano a ricamare eseguendo di preferenza l'amizèta
in caratteri diversi tra i quali il maiuscolo ,il minuscolo,il corsivo,
il rotondo, il gotico,lo stampatello, il tutto con la tecnica del punto
a croce.
Tale lungo e paziente tirocinio consentiva di esercitare la mano a quei
lavori di finezza e bravura che si concludevano con la preparazione del
corredo nuziale dell'esperta.
Se la ricamatrice diveniva poi molto brava eseguiva anche, su commissione,corredi
per altri e non solo nuziali
da pagina 144.
Interpretazione di iscrizione su acquasantiera
... sono rispettivamente TALEIS, TALIBUS e TALIS e alle fanciulle .
d) nobis fuit ut P DEST ALIISQUE PUELLIS e cioè: a noi accadde
come P DEST (intraducibile) e alle altre fanciulle ( in questo contesto
è chiaro solo alius,a,ud cioè altre). Proviamo ora a mettere
tra la P e DESTALIIS una vocale: P A DESTALIIS ; P E DESTALIIS ; P I DESTALIIS
ecc ; leggiamo diversamente: padest aliis ; podest aliis ; pudest aliis
:il ginepraio si infoltisce!
Una ulteriore ipotesi potrebbe essere quella di introdurre tra P e DESTALIIS
alcune sillabe; ad esempio: RO ; avremmo: P RO DESTALIIS da leggere: PRODEST
ALIISQVE PUELLIS : ciò che accadde a noi GIOVA ALLE ALTRE FANCIULLÈ.
A questo punto una conclusione: io propendo per DESTALIIS letto VESTALIIS.
La traduzione allora è questa: "A me (accadde) quello
che accadde alle fanciulle vestali".
Passiamo ora all'ultima frase: le parole sono già tutte in ordine:
"cosule romanas. sic mihi credideris”
Traduciamo : “consulta le romane e così poi ti fiderai
di me”
Cosule, come già detto è consule, imperativo del verbo consulo,is,
consùlui,consùltum,consùlere che significa consultare.
Cosule romanas: chiedilo alle romane, a quelle fanciulle prima anonime
ed oscure ragazze che diventavano poi,per sorte,ancelle delle dee.
Rimettiamo ora insieme tutto il testo che a me piace così interpretare:
Iam fueram Meroe PER MOLTO TEMPO FUI SEMPLICE ED ANONIMA PIETRA.
Iam fueram Meroe:la visione idealizzata della lontana Meroe ci richiama
alla missione universale della Chiesa che opera in un mondo senza confini..
...continua...
Come era impostato il Vocabolario
da pagina 41
'mbambanùtu = trasognato
'mbardàtu (lat.bardus Cic.) = balordo, tardo,
sciocco, stupido.
Può significare anche adornare ma non è mediato dal latino
bensì dal spagnolo ‘”bordato”.
La vera espressione che rende veramente l' idea è "ciùcciu
'mbardàtu" che significa ciuco adornato, abbellito, ma sempre
ciuco,ossia sciocco, balordo ecc."
'mbasturà,àtu = legare mani e piedi
‘mbelliccià,àtu (sp. embellecer)
= abbellire,ito
'mbicciùsu (sp. embachoso) = fastidioso, ombroso
'mblacchjà,àtu (sp ,emblanquear, ado) =
imbiancare,ato; anche: sporcare,ato; ancora : appioppare (uno schiaffo)
‘mblàcchju = tipo flemmatico, posapiano
'mbrégula 1.2.3.4.5.6.7.8 = merlo
'mbréllu = ombrello
Prof. Domenico Crea
Presentazione del libro GLI ALTI BRUZI ED IL LORO LINGUAGGIO di Luigi
PATERNOSTRO
MORMANNO 24 Aprile 1986. Sala del Consiglio Comunale.
La reciproca stima ed amicizia che mi lega al Prof. Luigi Paternostro
frutto di una lunga frequentazione personale e culturale, iniziatasi da
quando (io adolescente, lui giovanissimo insegnante) ebbi la fortuna di
averlo come "Maestro" per la preparazione agli esami di ammissione
alla Scuola Media, continuatasi poi negli anni con frequenti scambi di
idee, di problematiche scolastiche e culturali, per comunanza di ideali
e di interessi per le tradizioni della nostra Mormanno, viene oggi ancor
più ad essere ribadita in occasione della presentazione di questo
suo pregevole lavoro, del quale egli cortesemente mi ha dato l'opportunità
di seguire lo sviluppo e nel quale ha voluto inserire una mia intervista,
cosa di cui mi sento molto onorato e vivamente lo ringrazio.
Ma l'occasione odierna mi offre la possibilità di tentare alcune
brevissime riflessioni di carattere culturale, evitando così la
tentazione di continuare sulla strada degli encomi personali, a volte
indispensabili, in questo caso quasi inutili per la profonda stima di
cui l'amico Gino gode nella nostra comunità. Questo lavoro del
Prof. Paternostro colma una grande lacuna nella tradizione culturale mormannese,
in quanto per la prima volta si porta alla luce un patrimonio linguistico
che rischiava di andare disperso. Guardando bene entro il nostro patrimonio
lessicale, individuando cioè la formazione delle parole, precisando
i conflitti ed i contatti che si sono operati con altri idiomi e con altre
culture, si può cogliere il lungo e complesso travaglio che ha
vissuto l'esperienza storica ed umana del nostro popolo, della nostra
società. Non si deve dimenticare che al di là del materiale
linguistico sottoposto ad indagine si agita la realtà umana con
i suoi interessi ed, affetti, con la forza della tradizione e di innovazione
che ne formano l'essenza. E proprio per ciò che sottintende, per
ciò che rappresenta, il patrimonio linguistico di una comunità
non va disperso, in quanto, verso di esso si determina un attaccamento
affettivo generato da un umanissimo sentimento di coappartenenza ad un
comune ceppo etnico-linguistico.
La perdita di questo sentimento determina la perdita della memoria storica,
il non riconoscimento di un valore ideale della continuità del
passato, della tradizione nel mondo d'oggi. Tutto ciò fino ad ora
era stato trascurato ed il lavoro del Prof. Paternostro tende invece al
recupero ed alla valorizzazione di questo patrimonio linguistico e culturale
più in generale. Oggi nel nostro paese esistono vari tipi di linguaggio;
quello parlato dalla persona priva di cultura, che in sostanza conosce
solo il dialetto anche se non usa più i termini più arcaici;
quello della persona di media cultura che mischia nel linguaggio dialettale
più o meno consapevolmente, le forme di una lingua più alta
di cui ha conoscenza e che usa in particolari circostanze; poi vi è
la persona che fornita di una certa cultura inconsapevolmente rivela nel
suo linguaggio colto quello dialettale, che non ignora. Quindi il dialetto
è ancora radicato nella vita di ognuno di noi che viviamo in questa
comunità; ed allora tanto vale conoscerlo bene, perché non
solo non è utile sostituire il passato reale con il falso presente,
ma soprattutto perché le testimonianze del passato sono beni o
valori di notevole pregio e quindi degni di sopravvivere. Che è
operazione culturale meritevole e dovuta.
La cultura infatti costituisce un insieme di conoscenza e di capacità
esistenziali, fuso con la vita stessa e come questa dinamico,e farsi una
cultura significa formarsi, educarsi nell'ambito di tutto il gruppo sociale
cui si appartiene, senza perdere la propria personalità, per cui
intellettuale non è colui che ha studiato, che ha una facile loquela,
che è parte di èlite chiusa, avulso dal contesto sociale,
è chi riesce ad organizzare la propria vita e la propria esistenza
operando con gli altri in modo da ricevere e continuamente trasmettere
le proprie conoscenze, i frutti della propria attività. Ogni conoscenza,
dunque, deve essere tale da venire utilizzata dall’ambiente sociale
in cui ogni essere umano vive e produce, per cui la
cultura diventa un fatto di vita e non solamente di sapere. Ma la cultura
non può prescindere dall’istruzione, dallo studio, dal lavoro,
dalla ricerca; ma credo soprattutto non possa prescindere dalla conoscenza
del proprio passato storico, per poter vivere il presente e progettare
il futuro. A queste mie brevi e frammentarie considerazioni mi sembra
che risponda l'opera del Prof. Paternostro, che potrà costituire
una piacevolissima lettura prima, un valido strumento di approfondimento
poi, per tanti giovani e meno giovani.
Chiudo con l’ augurio che questo lavoro possa essere una provocazione
culturale, quasi lievito capace di far crescere, nei giovani il desiderio
di sempre più vasti approfondimenti culturali.
…omissis…
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